Warning: file_get_contents(http://freegeoip.net/json/54.224.118.247) [function.file-get-contents]: failed to open stream: HTTP request failed! HTTP/1.1 403 Forbidden in /home/plovdivlit/public_html/werk.php on line 8
La maledizione delle aquile — Ivan D. Hristov PlovdivLit

Ivan D. Hristov in PlovdivLit

 

La maledizione delle aquile  5.00 / 5

Un giorno d’estate molti anni fa decisi di scappare dell’afa della città e andarmene nel fresco’del mio paese di montagna.

Dopo pranzo sono salito sulla collinetta, ho girato un po’ nel bosco di faggi cercando funghi e poi ho preso la stradina che porta al paese.

Il sentiero serpeggiava in discesa fiancheggiato di faggi, querce, carpine. I cespugli cominciavano ad ingiallire. Sentivo il profumo inebriante del timo. Era una giornata d’agosto calda e serena.

Decisi di deviare verso il bosco di fronte perché avevo sete e camminavo a casaccio fuori dal sentiero. Improvvisamente uno spiazzo ed un gregge di pecore ma intorno non si vedeva il pastore e nemmeno il cane. Le pecore tenevano la testa bassa soffrendo l’afa e aspettavano immobili la fine del caldo.

Un fischio. Guardo intorno e vedo un uomo anziano seduto all’ombra di una quercia che agitava la mano. Mi avvicinai e riconobbi lo zio Kalin che da pensionato aveva comprato alcune pecore e le pascolava da solo. Aveva fatto il forestale tutta la vita.

- Salve, Boris. Sei uscito per prendere un po’d’aria fresca? Dovevi venire quassù prima che arrivasse quest’afa – disse lui.

Si alzò e presse la mia mano.

- Salve, zio Kalin. Ma guarda?! Tu non invecchi mai? – risposi asciugandomi il sudore sulla fronte – Avevo sete e mi sono avviato verso il torrente sperando che non sia asciutto per la siccità.

- No, non è secco. Poco fa ho riempito la borraccia.

Zio Kalin tirò fuori dai cespugli di ginepro la borraccia porgendomela ed io bevvi avidamente un gran sorso d’acqua.

- Siediti, riposati e facciamo una bella chiacchierata.

Mi siedo sull’erba secca all’ombra della quercia e rivolgo lo sguardo al cielo.

- Cosa guardi? Anche i passeri si sono nascosti per l’afa! Una volta c’erano aquile che giravano in questo cielo – disse con voce bassa come se parlasse a se stesso.

- Ora le aquile ci sono soltanto negli zoo-aggiunsi io guardando l’alta cima del monte che sembrava minacciarmi.

- Ti racconto una storia che forse hai già sentito. Chissà..

Zio Kalin aggrottò le ciglia, si tolse il cappello e cominciò a raccontare piano piano la storia.

- Una volta, raccontavano i vecchi, sopra la Pietra Piatta, là dove finisce il prato e comincia il bosco, c’era una grossa quercia, e si vedeva da lontano. Con i suoi rami somigliava ad un gigante che toccava il cielo. Niente poteva piegarla, né i venti, né le tempeste e neppure la neve pesante.

Una coppia di aquile aveva fatto il nido sulla cima della quercia: Ogni primavera aggiustavano il nido e ci allevavano i loro piccoli.

Nessuno ricorda quante generazioni di aquile sono cresciute in quel nido.

Intorno alla quercia passava l’antica strada romana che potava alla città ed i pastori, i viandanti quando passavano, si toglievano il cappello, s’inchinavano e modestamente si facevano il segno della croce. Poi guardavo a lungo la quercia ed il cielo dove una copia di aquile volava liberamente.

In quel tempo, nel paese vicino viveva un giovane che aveva un gregge di capre e si chiamava Kara Stoian; lui faceva cose bizzarre perché non era molto a posto con la testa. Quell’anno la primavera era stata precoce, i ruscelli cominciavano a gorgogliare e si sentivano i cuculi perché soffiava lo scirocco. Era tutto verde, i prati e la collina. Un giorno il pastore portò le sue capre vicino alla quercia secolare ed aveva cattive intenzioni verso la coppia di aquile.

Si nascose tra i cespugli vicino alla quercia e attese che le aquile lasciassero il nido, poi si arrampicò fino al nido e prese le due uova. Messe le uova in seno scese e accese un fuoco. Mise le due uova nel fuoco e le fece arrostire, poi le riportò nel nido prima che le aquile tornassero.

La prima a ritornare fu l’aquila femmina che coprì le uova con il corpo e ci rimase per molto tempo. Voltava le uova con le zampe e le rigirava per mantenerle calde ma i pulcini non uscivano. Finché un giorno, per la fame ed il dolore la femmina morì.

Il maschio gridò a lungo ma poi, tolse la femmina morta e si mise al suo posto a covare le uova. E continuò a covarle fino all’arrivo dell’inverno senza mai lasciare il nido, anche quando il bosco si ricoprì di neve. Alla fine morì anche lui per lo sfinimento.

Passarono alcuni mesi e Kara Stoian cominciò a languire, si ammalò di una malattia sconosciuta e, maledetto dalle aquile, se ne andò presto.

Dopo l’inverno arrivò la primavera ma la grande quercia secolare non mise le gemme; quando arrivò l’autunno ne rimaneva solo il tronco disseccato.

E’ stata la maledizione delle aquile – disse zio Kalin schiarendosi la voce, poi si alzò avviando il suo gregge all’abbeveratoio.




Translated by Надежда Бонева

 

Rate the work