In quel tempo, nel paese vicino viveva un giovane che aveva un gregge di capre e si chiamava Kara Stoian; lui faceva cose bizzarre perché non era molto a posto con la testa. Quell’anno la primavera era stata precoce, i ruscelli cominciavano a gorgogliare e si sentivano i cuculi perché soffiava lo scirocco. Era tutto verde, i prati e la collina. Un giorno il pastore portò le sue capre vicino alla quercia secolare ed aveva cattive intenzioni verso la coppia di aquile.
Si nascose tra i cespugli vicino alla quercia e attese che le aquile lasciassero il nido, poi si arrampicò fino al nido e prese le due uova. Messe le uova in seno scese e accese un fuoco. Mise le due uova nel fuoco e le fece arrostire, poi le riportò nel nido prima che le aquile tornassero.
La prima a ritornare fu l’aquila femmina che coprì le uova con il corpo e ci rimase per molto tempo. Voltava le uova con le zampe e le rigirava per mantenerle calde ma i pulcini non uscivano. Finché un giorno, per la fame ed il dolore la femmina morì.
Il maschio gridò a lungo ma poi, tolse la femmina morta e si mise al suo posto a covare le uova. E continuò a covarle fino all’arrivo dell’inverno senza mai lasciare il nido, anche quando il bosco si ricoprì di neve. Alla fine morì anche lui per lo sfinimento.
Passarono alcuni mesi e Kara Stoian cominciò a languire, si ammalò di una malattia sconosciuta e, maledetto dalle aquile, se ne andò presto.
Dopo l’inverno arrivò la primavera ma la grande quercia secolare non mise le gemme; quando arrivò l’autunno ne rimaneva solo il tronco disseccato.
E’ stata la maledizione delle aquile – disse zio Kalin schiarendosi la voce, poi si alzò avviando il suo gregge all’abbeveratoio.
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